Un reconocimiento tardío

Hacía mucho yo había leído la noticia. Había quedado sepultada en mi memoria, en mi olvido, pero siempre presente y persistente.
Hace poco escribí sobre un escritor olvidado, ese escritor fue Giovanni Papini. Y tan olvidado fue que algunos grandes jurados de otros grandes concursos literarios no lo han leído. Fue entonces que el azar hizo que su pluma fuera reconocida, una vez más o al fin una vez, aunque el jurado no fuera conciente del reconocimiento que le otorgaba, ya que desconocía al verdadero autor de la obra. Quedó en la inconsciencia hasta que un lector, en una carta que le enviara a un periódico, lo anunció.
El artículo se titula:“Copió a un autor famoso y ganó un concurso literario” y en él se menciona el hecho que ocurrió en el año 1998. Han pasado ya casi diez años, pero la falta de lectura sigue igual, sobre todo cuando se trata de leer a los poetas. Para intentar vanamente compensar esa falta, aquí trascribo El espejo que huye* en su idioma original.

Lo specchio che fugge

Un impossibile mattino d’inverno, in una stazione ben nota, un uomo che non conoscevo –in soprabito, con due violette all’occhiello– voleva dimostrarmi che gli uomini son felici, che la vita è grande, che il mondo è bello. Io l’ascoltavo con interesse, scuotendo ogni momento la cenere della mia sigaretta che si consumava al vento senza che mai la portassi alla bocca. L’ascoltavo e sorridevo e l’Uomo che non conosco si accalorava sempre più e già dall’humour passava al sentimento, all’entusiasmo, al delirio. La fuga delle sue parole rapide, scorrenti, salde, come fuse d’allora, come coniate di nuovo in qualche luogo, da poco tempo, mi riempiva di una ebbrezza molto simile a quella che dà lo champagne. Qualcosa di frizzante e di saltellante – un bisogno di abbracciare e di piangere, di danzare, di ridere a piccoli scatti…
A un certo momento la sua voce disse: – Pensate, signore, pensate alla grandezza del progresso che si compie sotto i nostri occhi – al progresso che porta gli uomini dal passato al futuro, da quello che non è più a quello che non è ancora, da quello che si ricorda a quello che si spera. I selvaggi non prevedono il futuro, non pensano all’avvenire; non prevedono e non provvedono. Ma noi, noi uomini civili, noi uomini nuovi, viviamo per il futuro e in grazia del futuro. Tutta la nostra vita è volta verso ciò che deve venire, è costruita in vista di ciò che accadrà. Gli uomini nostri consacrano l’oggi al domani, sempre, ogni oggi che passa al domani che passerà –rispettosamente e coraggiosamente.
– Questo enorme progresso dello spirito profetico è quello che fa svanire i pericoli, che ci dà in mano le forze, che fa scoprire nuove possibilità, che ci rende padroni della terra, del mare e del cielo e di una cosa che vale più di tutto ciò, o signore, – di noi stessi!
Ma in quel momento un treno potente arrivò alla stazione. Il suo rombo solenne nelle incrociature dei binari, il suo fischio breve, deciso, irritato, interruppero il discorso dell’Uomo che non conosco. Quando il treno fu in calma e non si udirono che i sordi sbuffi della macchina e i viaggiatori fuggirono, l’Uomo voleva ancora parlare ma io lo prevenni:
– Signor Uomo – gli dissi– questo treno ch’è giunto ora non le ha detto niente che faccia al caso nostro? Non ha intesa la sua risposta? Vuole che gliela ripeta io, umile traduttore, giacché so tradurre la lingua dei treni e di molte altre cose? Fino a pochi minuti fa questo treno correva con una velocità media di cento chilometri all’ora –piccolo mondo affollato e illuminato , attraverso la campagna solitaria e nebbiosa. Ed ecco ad un tratto s’è fermato e gli abitanti di questa piccola città in fuga sono scomparsi e il macchinista si asciuga la fronte con aria poco soddisfatta. Le ruote sono adagiate pigramente nelle rotaie e i vagoni vuoti e bui rimpiangono le chiacchiere dei viaggiatori e le variopinte valigie. Così finisce una fuga quando si viaggia su delle rotaie. Ma lasciamo il treno e torniamo agli uomini. In questo momento io penso a una cosa assurda e la dico a lei, signor Uomo, e la dico perché non ci sono qui delle moltitudini che possono sentirmi. Se ci fossero qui tutti quelli che desidero, direi:
– Immaginate, uomini, una cosa impossibile, una cosa assurda, pazza, incredibile e terribile. Immaginate che tutto il mondo si fermasse ad un tratto, in un certo istante, e che tutte le cose restassero in quel punto in cui erano e che tutti gli uomini diventassero immobili, quasi statue, in quella posa in cui erano in quel momento, in quell’atto che stavan compiendo… Se questo accadesse e, nonostante tutto ciò, continuasse ancora negli uomini il pensiero, ed essi potessero ricordare e giudicare quello che fecero e quello che hanno compiuto fin dalla nascita e ripensare a quello che avrebbero voluto compiere prima della morte, immaginatevi quale disperazione brucerebbe sotto il tragico silenzio di questo mondo arrestato all’improvviso!
– Non so se voi avete il coraggio di sentire quanto ciò sarebbe orribile. Sforzatevi per qualche momento di vedere tutti questi uomini resi immobili mentre erano intenti alle loro opere, ansimanti dietro ai loro sogni, sobillati dalle loro sudice passioni, spinti rudemente dai loro desideri. Vedeteli là, sparsi pel mondo, come sospesi da una catastrofe che li abbia trasmutati in fantocci pensanti, in statue disperate. Vedeteli nelle più schifose posizioni e nelle più ridicole, nelle più faticose e nelle più stupide. Ecco l’uomo sorpreso nel sonno pesante colla bocca semiaperta come un cadavere ubriaco –ecco l’uomo nell’atto d’amore, disteso come una bestia ansante sopra la donna dagli occhi chiusi – ecco l’uomo che rubava nelle tenebre coi suoi occhi falsi e la lampada che non si spegnerà più –ecco il giudice vestito di nero che dispensa morte e inferno e sangue sopra l’alto seggio- ecco il miserabile che striscia per il fango della città cercando un osso e un soldo– ecco la donna che sorride lascivamente colla faccia bianca di cipria, un po’ reclinata da parte –ecco il mercante dalle mani ossute che gesticola per avere dieci soldi di più– ecco il contadino affannato col pungolo in mano verso gli immobili buoi –ecco l’elegante oratore fermo a metà di un sorriso e di un complimento– e il soldato che stava colla baionetta inastata dinanzi una porta chiusa; e l’omicida che stava preparando i suoi veleni in una soffitta; e l’operaio sonnacchioso curvo sulle enormi macchine untuose, immobili e sinistre; e lo scienziato che non può ritrarre l’occhio stanco del microscopio ove hanno interrotto la loro danza i mostri invisibili…
– Immaginate ora, se non vi manca il cuore, i pensieri di tutti questi uomini condannati in un istante medesimo alla coscienza della loro morte. Credete voi che ci sarà un solo uomo –un solo, intendete? –un solo uomo che sarà lieto e soddisfatto di quel momento in cui il destino l’ha reso immobile? Credete voi che per un solo di questi uomini fosse quello il momento de Faust, il momento bello che vorremmo fermare, fissare e conservare per l’eternità? Voi non credete certamente questo, non potete credere questo!
– Il signor Uomo– lei, qui presente, in faccia a me –ha detto una grande e tremenda verità. Gli uomini pensano il futuro, vivono per l’avvenire, consacrano perpetuamente tutti gli oggi a dei domani che devono venire. Ogni uomo non vive che per quello che prevede, aspetta e spera. Tutta la sua vita è fatta in modo che ogni istante ha valore per lui soltanto in quanto egli sa che questo istante prepara un istante successivo, ogni ora un’ora che verrà, ogni giorno un giorno che seguirà. Tutta la sua vita è fatta di sogni, d’ideali, di progetti, di aspettative –tutto il presente è fatto di pensieri intorno al suo futuro. Tutto quello che è ch’è presente, ci sembra oscuro, meschino, insufficiente, inferiore, e noi ci consoliamo soltanto pensando che tutto questo presente non è che una prefazione, una lunga e noiosa prefazione al bel romanzo dell’avvenire. Tutti gli uomini, lo sappiano o no, vivono per questa fede. Se ad un tratto si dicesse loro che fra un’ora dovranno tutti quanti morire, tutto ciò che fanno e hanno fatto non avrebbe per loro nessun gusto, nessun sapore, nessun valore. Senza lo specchio del futuro la realtà attuale sembrerebbe turpe, lurida, insignificante. Senza il domani che fa sperare nelle rivincite, nelle vittorie, nelle ascensioni, nelle promozioni e negli aumenti, nelle conquiste e negli oblii, gli uomini non consentirebbero più a vivere. Senza il lontano profumo del domai essi non vorrebbero mangiare il nero pane dell’oggi.
– Pensate dunque a questi uomini fermati ad un tratto, che non possono agire più ma che pensano ancora. Pensate a questi uomini imprigionati in un eterno oggi, senza la liberazione della coscienza. Cosa debbono pensare questi uomini? Quale strazio deve rodere le loro viscere e recidere i loro nervi! Immobili nelle loro pose vergognose e delittuose, tristi e idiote, senza possibilità di speranza, senza luce di sogni, senza dolcezza di progetti, con le ali tagliate, le gambe legate, le mani incatenate, come un’enorme folla di prigioni michelangioleschi costretti nei vincoli della loro vita meschina, melanconica, schifosa; nei vincoli di quella vita ch’essi sopportavano soltanto colla speranza e l’aspettazione di vite più belle e più grandi, essi, questi condannati alla perpetua inazione, riconosceranno, con infinita rabbia, tutta l’assurda stupidità della loro vita anteriore. Essi penseranno che tutto il presente era da loro sacrificato a un futuro che a sua volta sarebbe diventato presente e sacrificato a sua volta a un altro futuro e così fino all’ultimo presente, fino alla morte. Tutto il valore dell’oggi era nel domani e il domani valeva soltanto per un altro domani e giungeva così l’ultimo oggi, l’oggi definitivo, e così tutta la vita era trascorsa per preparare di giorno in giorno, di ora in ora, di momento in momento ciò che non viene mai. Ed essi scopriranno questo tremendo vero: che il futuro non esiste come futuro, che il futuro non è che una creazione e una parte del presente e che il sopportare la vita inquieta, la vita triste, la vita dolente, per questo futuro che di giorno in giorno sfugge e si allontana, è la più dolorosa stoltezza di questa stoltissima vita.
– Uomini, noi perdiamo la vita per la morte, noi consumiamo il reale per l’immaginario, noi valutiamo i giorni sol perché ci conducono a giorni che non avranno altro valore che di portarci altri giorni simili a loro… Uomini, tutta la vostra vita è un’atroce frode che voi stessi ordite a vostro danno e soltanto i demoni possono ridere freddamente della vostra corsa verso lo specchio che fugge!
Un altro treno, gridando e tuonando, entrò nella stazione ed ancora una volta i viaggiatori fuggirono e il macchinista si asciugò la fronte con aria poco soddisfatta. L’ Uomo che non conosco era sempre dinanzi a me – in soprabito, con due violette all’occhiello –per quanto l’avessi dimenticato del tutto.
– Ecco – gli dissi– le mie idee sul progresso, sull’avvenire e sulla vita. Lei non è certo d’accordo con me ma io son d’accordo con qualcuno– ad esempio con la nebbia che cerca spesso di coprire il mondo e di nascondere l’uomo all’uomo, la miseria al disprezzo, la bruttezza alla malinconia. Ed io amo, moltissimo, signor Uomo, i treni che si fermano dopo le inutili fughe e la nebbia che vela ciò che non si può distruggere.
L’ Uomo che non conosco era diventato nervoso e tutto il suo entusiasmo era sparito come un fiocco di fumo. Invece di rispondere tolse dall’occhiello una delle sue violette e me l’offerse. Io la presi con un inchino, l’avvicinai alle narici e il suo lieve odore mi piacque.

*Para el interesado: El espejo que huye (en castellano)